Fabrizio Niccolaini è tornato! Avete presente Massa Vecchia, no? Fra le primissime esperienze d’Italì grazie alle quali si incominciò a parlare di vini naturali, si è circondata di una fama silenziosamente costruita sulla base di un approccio radicale e di vini dialettici, obliqui, radicali pur’essi, capaci tanto di far discutere quanto di far innamorare. Conseguenze? Una fitta schiera di ammiratori, e un’altra di detrattori, anche a prescindere. Su tutto e su tutti, una sensazione di nicchia e di reale eccezionalità.
Ecco, dopo la lunga parentesi temporale che ne ha segnato l’assenza, Fabrizio, con l’ausilio dei figli, ha ripreso in mano le redini dell’azienda maremmana da lui fondata nel 1985, ed è così che mi son ritrovato oggi, per caso, dinnanzi allo storico Ariento così come concepito secondo l’ultima versione “niccolainesca”.
Ora, ho sempre cercato di guardare alla produzione di Massa Vecchia con occhio critico attento e scevro da pregiudizi, cercando di rimuovere le insidie della soggettività per scavare più a fondo possibile il carattere dei vini. A volte sorprendendomi di meraviglia, altre volte -decisamente- no.
Ariento 2021, vermentino quasi in purezza con saldo di malvasia e trebbiano, tecnicamente è un bianco macerativo, sostanzialmente è un vino meravigliosamente in bilico. Della serie: sai da dove si parte ma non sai dove si può arrivare.
Perché non c’è nulla di scontato qui, di certo nessun ripiegamento su certe rotte asfittiche legate a doppio nodo al metodo di produzione, semmai una innata capacità di dettaglio e di rimodulazione delle proprie credenziali man mano che il vino respira, dove un paesaggio aromatico decisamente cangiante fa il paio con una bocca saporita senza cedere alla rusticità: allungata, fresca, persino snella. Ad emergere è il sale, non il tannino.
Un macerativo che punta all’ariosità, ecco, dove l’equilibrio alcolico è un alleato prezioso e dove la parvenza ossidativa non oscura niente, facendosi veicolo per un mondo nuovo, e restituendoci un senso di inesplorato che fa un sacco di bene alla curiosità.
Per una volta un “bianco non bianco” rilucente, che è poi il suo nome.
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Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.









